
(Campo nell’Elba)

(Isola d’Elba) – Esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Oltre la mimesi: riconsiderare l’autonomia e l’ontologia dell’arte etrusca
Il presente contributo intende decostruire il paradigma storiografico dominante che interpreta l’arte etrusca come un fenomeno essenzialmente derivativo e subordinato ai modelli ellenici, proponendo invece una lettura che ne riconosca l’autonomia formale, concettuale e ontologica. Attraverso l’analisi congiunta delle evidenze stilistiche, delle strutture sociali e del sistema religioso, si sostiene l’esistenza di una vera e propria “maniera etrusca”, non riducibile a semplice imitazione, ma espressione coerente di una civiltà dotata di radici profonde e di una visione del mondo distinta. Tale prospettiva implica non solo una revisione delle cronologie e dei flussi di influenza nel Mediterraneo antico, ma anche una riflessione filosofica sul senso stesso della storia come strumento di comprensione della condizione umana. La manualistica corrente e larga parte della letteratura accademica continuano a reiterare una visione unidirezionale dei rapporti culturali nel Mediterraneo, secondo la quale la produzione artistica etrusca, così come l’adozione dell’alfabeto, sarebbe il risultato di un processo di ricezione passiva dei modelli greci. Questa impostazione, figlia di un filellenismo di ascendenza winckelmanniana, presuppone implicitamente l’incapacità delle genti d’Etruria di elaborare forme autonome di espressione artistica e simbolica. Tuttavia, una lettura più attenta della storiografia, come quella proposta da Maurizio Harari nel riesame della tradizione vasariana, mostra come tale schema sia tutt’altro che inevitabile. Pur restando Vasari ancorato alle categorie del suo tempo, nel suo pensiero è già possibile rintracciare il riconoscimento, seppur embrionale, di una specificità formale etrusca, di una “maniera” distinta che possiede una propria dignità estetica. Questo dato, spesso trascurato, anticipa l’esigenza odierna di affrancare l’arte etrusca dalla presunta servitù stilistica nei confronti della Grecia. L’ipotesi imitativa, del resto, si rivela insostenibile di fronte all’evidenza materiale. L’arte etrusca si presenta come un sistema pluralistico, caratterizzato da una marcata eterogeneità stilistica che resiste a qualsiasi tentativo di riduzione monolitica. La cosiddetta Ombra della Sera di Volterra, con la sua esasperata verticalità e l’astrazione quasi metafisica della figura umana, si colloca agli antipodi dell’equilibrio ponderato e della proporzione canonica del classicismo greco. I canopi di Chiusi e le teste provenienti da Chianciano rivelano una concezione della ritrattistica fondata sull’espressionismo e sulla marcata individualizzazione fisiognomica, spesso legata allo status sociale o familiare, piuttosto che sull’idealizzazione tipica dell’arte ellenica. Analogamente, le statue acroteriali arcaiche di Poggio Civitate a Murlo, tra cui la figura convenzionalmente nota come “Cowboy”, mostrano influenze orientalizzanti rielaborate in una chiave locale originale, funzionale alla rappresentazione di un potere aristocratico autoctono e simbolicamente codificato. Tali esempi, lungi dall’essere anomalie, attestano l’esistenza di linguaggi artistici complessi e diversificati, sviluppatisi in un territorio vastissimo che non coincide con la moderna e riduttiva nozione di “Toscana”, ma si estendeva dall’Etruria padana fino alla Campania e alla Tuscia laziale, secondo un’unità culturale che precede e supera le frammentazioni storiche successive. La comprensione di questa produzione artistica richiede, inevitabilmente, l’analisi del substrato sociale, tecnico e religioso che la generò. La società etrusca appare infatti troppo articolata per poter essere spiegata come una semplice importazione culturale avvenuta nel corso del X secolo a.C. La posizione della donna, ad esempio, significativamente più visibile e riconosciuta rispetto al mondo greco, tanto da suscitare scandalo negli autori ellenici come Teopompo, trova riscontro in una produzione figurativa che celebra la coppia, la famiglia e la continuità genealogica in forme del tutto estranee alla polis greca. Parallelamente, le competenze ingegneristiche e urbanistiche, in particolare nel campo dell’idraulica e delle opere di fortificazione, dalla gestione delle acque nella pianura padana ai complessi sistemi urbani, rivelano un sapere tecnico che può essere definito “assiroide” per struttura e antichità, ma che va inteso come autoctono o comunque parallelo, e non subordinato, a quello greco. A ciò si aggiunge la complessità dell’Etrusca Disciplina, un sistema religioso rigidamente codificato nelle pratiche augurali e aruspicine, che presuppone un rapporto con il divino fondato sulla lettura dei segni e sull’ordine cosmico, profondamente diverso sia dal razionalismo olimpico sia dalla successiva teologia romana. Questi elementi impongono una revisione radicale delle cronologie e dei modelli interpretativi tradizionali. La scoperta e lo studio di testimonianze come l’iscrizione di Osteria dell’Osa, nell’area di Gabii, una delle più antiche attestazioni alfabetiche dell’Occidente, mettono seriamente in discussione la linearità del modello di trasmissione culturale che vede la Grecia come unico polo originario e l’Etruria come semplice recettore. In modo analogo, la Stele di Lemno e le affinità linguistiche tirreniche aprono nuovamente il dibattito sulle origini egeo-anatoliche degli Etruschi, suggerendo che essi fossero parte integrante di una rete mediterranea arcaica, stratificata e pre-greca, la cui complessità non può essere spiegata attraverso il solo paradigma della colonizzazione ellenica. Riconoscere l’autonomia della civiltà etrusca non costituisce, in definitiva, un esercizio puramente erudito. In un contesto contemporaneo segnato da crisi sistemiche e da una diffusa perdita di senso, la storia riacquista una funzione che può essere definita, senza enfasi retorica, terapeutica. Comprendere che una civiltà così avanzata sul piano tecnico, simbolico e spirituale non sia nata dal nulla né per mera imitazione significa imparare a interrogare la profondità delle cause storiche e culturali. Lo studio del passato diviene così uno strumento per lo sviluppo dell’anima, un mezzo per affrontare la realtà della condizione umana attraverso la conoscenza, intesa come unico autentico antidoto contro il male, ben oltre ogni forma di superstizione o scaramanzia.
Una bibliografia di riferimento per approfondimenti ( Brendel, Pallottino, Colonna, Macintosh Turfa, Naso, Torelli, Jannot, fino ai contributi più specifici di Bietti Sestieri, Harari e Wallace ) offre le basi agli interessati a questa rilettura critica e costituisce il punto di partenza necessario per una riconsiderazione complessiva dell’Etruria come civiltà autonoma, pienamente inserita nella storia del Mediterraneo antico e non relegabile ai margini come semplice epigona della Grecia.
