Pisa e il granito dell’Elba

XI SECOLO

// estratto riassunto e tradotto da:

Sciuto, C., Andrieu, V. & Rochette, P. Material journeys: unravelling itineraries of granite shafts in medieval PisaArchaeol Anthropol Sci 17, 215 (2025). https://doi.org/10.1007/s12520-025-02319-y


Questo studio fornisce il primo quadro sistematico sulla provenienza dei fusti di granito impiegati nell’architettura monumentale di Pisa, basato su un ampio corpus di dati raccolti attraverso metodi non invasivi. L’analisi combinata di osservazione visiva, suscettività magnetica e, in casi selezionati, fluorescenza a raggi X portatile ha permesso di identificare con affidabilità le principali aree di estrazione dei graniti e di ricostruirne le dinamiche di circolazione.

I risultati evidenziano il ruolo predominante delle cave dell’isola d’Elba nell’XI secolo, in particolare nei grandi cantieri ecclesiastici, confermando l’importanza delle risorse lapidee locali nel periodo di massima espansione edilizia della città. La presenza significativa di graniti anatolici indica tuttavia anche un intenso ricorso agli ‘spolia’, probabilmente legato ai contatti militari e commerciali di Pisa nel Mediterraneo orientale.

Nel corso del tempo, le strategie di approvvigionamento si modificano sensibilmente. A partire dal XII secolo si osserva una maggiore diversificazione delle provenienze, mentre in età tardomedievale e moderna aumenta l’uso di graniti sardi e corsi, a scapito di quelli elbani. Questi cambiamenti riflettono l’evoluzione delle reti politiche, economiche e commerciali della città, nonché la trasformazione dei modelli costruttivi e delle pratiche di riuso dei materiali.

Nel complesso, lo studio dimostra come l’analisi integrata delle caratteristiche litologiche e delle cronologie edilizie possa offrire nuovi strumenti per comprendere la storia urbana e monumentale di Pisa, inserendola in un contesto mediterraneo più ampio di circolazione delle pietre, delle tecniche e delle idee.


Per questo studio sono stati analizzati oltre 200 fusti (Fig. 1). I monumenti esaminati comprendono 13 chiese, un battistero, un campanile (la torre pendente), due palazzi medievali, nonché i portici di una strada del centro cittadino.

Il rilievo dei monumenti è stato condotto in modo sistematico, ad eccezione della chiesa di San Zeno, che è rimasta inaccessibile dall’inizio del progetto (2021) a causa di lavori di restauro. Come mostrato nella Tabella 1, la maggior parte degli edifici analizzati è attestata nell’XI secolo, con un solo edificio attribuito a una fase precedente. Un gruppo di edifici è datato al XII secolo, un palazzo al XIV secolo e i portici stradali alla fine del XVI secolo. La cronologia indicata nella tabella è approssimativa e fa riferimento alle attestazioni più antiche degli edifici, sulla base della bibliografia citata sul Medioevo pisano. La costruzione degli edifici religiosi non può essere attribuita a un arco temporale ristretto e interventi di restauro possono essersi verificati nel corso dei secoli. Tuttavia, una lettura stratigrafica dettagliata dei singoli edifici esula dagli obiettivi di questo articolo, che mira piuttosto a offrire una panoramica di un ampio insieme di dati che, sebbene in parte approssimativi, forniscono informazioni rilevanti.

Altri fusti di granito sono presenti in monumenti distribuiti nella città (San Martino, il giardino nei pressi della Torre pendente), all’interno del Camposanto e in un ristorante del centro storico (Sant’Omobono). Si tratta di elementi decontestualizzati, che sono stati comunque analizzati per completezza, ma non inclusi nello studio. Allo stesso modo, le colonne di dimensioni minori utilizzate per i pulpiti del battistero e della cattedrale di Pisa sono state escluse dall’analisi, poiché considerate parte di un linguaggio artistico e formale differente rispetto a quello dell’architettura urbana.

Cave di granito

L’uso del granito in età romana per la produzione di fusti di colonne è un fenomeno ampiamente studiato (tra gli altri, Clerbois et al. 2020; Galetti et al. 1992; Russell 2013a, b). Le caratteristiche fisiche della roccia la rendono particolarmente adatta alla lavorazione di grandi blocchi, soprattutto per fusti monolitici: l’omogeneità della tessitura granitica riduce il rischio di fratture indesiderate e consente la lucidatura delle superfici.

Il censimento condotto da Russell (2013a, b) registra fino a quarantacinque cave di granito distribuite nel Mediterraneo, tra Europa, Nord Africa e Vicino Oriente. La maggior parte di queste cave ebbe una distribuzione locale o al massimo regionale durante il periodo imperiale romano, mentre alcuni siti estrattivi sono noti per aver prodotto materiale destinato a mercati di scala molto più ampia, raggiungendo la penisola italiana o attraversando l’intero Mediterraneo. I litotipi più frequentemente utilizzati per la produzione di tamburi di colonne ed esportati su lunghe distanze provengono dall’area tirrenica, dall’Anatolia e dal Nord Africa. I graniti analizzati in questa ricerca derivano tutti da cave situate nelle isole d’Elba, Giglio, Sardegna e Corsica, nonché a Nicotera (Calabria, Italia meridionale), oltre che dalle cave della Troade e della Misia, di Mons Claudianus e di Assuan (Fig. 2).

Un lavoro sistematico di categorizzazione mineralogica, petrografica e geochimica dei graniti è stato condotto da Lazzarini (Galetti et al. 1992; Lazzarini 2004; Williams-Thorpe 2008), mentre il database sulla suscettività magnetica delle diverse provenienze è stato inizialmente sviluppato da Williams-Thorpe. Questo ampio lavoro di catalogazione e la creazione di una ricca collezione di riferimento e di dati analitici solidi hanno permesso di individuare tendenze nella diffusione dei graniti nel mondo romano. Come osservato da Williams-Thorpe (2008), se a livello regionale si può talvolta riscontrare una predominanza delle fonti locali, a Roma si registra una forte concentrazione di fusti provenienti da Mons Claudianus, mentre i graniti anatolici sono presenti in tutto il bacino del Mediterraneo. Rochette et al. (2022a) sottolineano la forte presenza dei graniti anatolici, in particolare nel sud della Francia (Narbonensis), confermando al contempo per regioni quali Andalusia, Sardegna e Toscana una marcata predominanza dei graniti locali.


La posizione strategica di Pisa nel commercio marittimo mediterraneo, sia in età romana sia nel Medioevo, fu determinante. La Repubblica di Pisa mantenne forti legami con le isole tirreniche di Corsica, Sardegna ed Elba, ricche di siti estrattivi. A partire dall’XI secolo Pisa consolidò il proprio controllo su queste isole, spesso attraverso conflitti con flotte musulmane provenienti dalla Sicilia e dalla Spagna.

Le cave individuate nelle isole tirreniche comprendono quelle situate tra la Sardegna settentrionale e la Corsica meridionale — Capo Testa, l’isola di Cavallo, l’isola della Marmorata, Olbia e Porto Rotondo — nonché quelle di Monte Capanne sull’isola d’Elba (Russell 2013b). Mentre le cave sarde e corse sono state oggetto di ricognizioni sistematiche e di una caratterizzazione geochimica e magnetica dettagliata dei graniti, che ha permesso di stabilire una cronologia finale dell’attività estrattiva nel periodo imperiale romano (Clerbois et al. 2020; Lazzarini e Poggi 2005; Williams-Thorpe e Rigby 2006; Wilson 1988), per le cave elbane manca ancora uno studio topografico accurato, necessario per confermare le ipotesi già avanzate riguardo al loro riutilizzo in età medievale (Clerbois et al. 2020; Tedeschi Grisanti 1992).

L’XI secolo fu anche caratterizzato da un’intensa attività edilizia all’interno della città di Pisa, con la costruzione di numerose chiese ed edifici civili (Abulafia 2022; Mathews 2018a). Non è improbabile che parte dei materiali impiegati nell’architettura urbana provenisse da bottini di guerra. Sappiamo infatti dagli ‘Annales Pisani’ di Maragone che i Pisani sottrassero bottini trionfali alla città di Genova. Maragone riferisce inoltre che nel 1169 i Pisani accorsero in aiuto del re di Gerusalemme contro i Saraceni, conquistarono le città di Biblo e Tiro e ne prelevarono ingenti quantità di ‘spolia’ (Maragone 1936).

Queste testimonianze arricchiscono la nostra comprensione del traffico di ‘spolia’ che doveva affluire in città, fornendo elementi utili per ricostruire le traiettorie delle colonne osservate nell’architettura pisana.



Metodi per la determinazione della provenienza dei fusti di granito

L’osservazione visiva costituisce spesso il punto di partenza ottimale per l’identificazione delle diverse tipologie di granito. Le varietà più abbondanti sono i graniti grigi a grana fine provenienti dall’Elba e dall’isola del Giglio, nonché due diverse provenienze dell’Asia Minore, la Troade e la Misia. Mentre la Misia non presenta grandi fenocristalli di feldspato, Elba e Giglio ne mostrano alcuni, e la Troade ne presenta numerosi, spesso con una tonalità violacea. Più raramente si distinguono graniti grigi a grana grossa, provenienti dall’Egitto (Mons Claudianus), dalla Corsica, dalla Sardegna, dalla Spagna e dalla Calabria (Rochette et al. 2025). Inoltre, la presenza di un’orientazione preferenziale dei cristalli o di una foliazione può essere considerata una caratteristica dei graniti egiziani, come quelli di Assuan e di Mons Claudianus. I graniti rosa, che hanno solo due possibili aree di provenienza, sono facilmente distinguibili mediante osservazione visiva. Le fonti sarde presentano generalmente una tonalità più chiara e una grana più fine rispetto al granito di Assuan.

L’identificazione visiva non consente di risolvere ambiguità tra alcune varietà (ad esempio tra diversi graniti grigi a grana grossa) o quando la superficie del fusto è coperta da sporco, intonaco o altri depositi. Una caratterizzazione ulteriore dei graniti, utile a superare tali ambiguità, può essere ottenuta misurando la loro suscettività magnetica (K), ovvero la capacità di un materiale di magnetizzarsi. Questo metodo è stato applicato per la prima volta da Williams-Thorpe (cfr. rassegna in Williams-Thorpe 2008) proprio per la caratterizzazione della provenienza dei fusti di granito in contesti archeologici. Il metodo consiste nella misurazione della suscettività magnetica tramite un analizzatore portatile, che consente di ottenere valori in modo rapido seguendo un protocollo completamente non invasivo (Rochette et al. 2022a, 2025; Fig. 3).

Le misurazioni magnetiche facilitano studi sistematici su un numero elevato di fusti grazie alla loro rapidità (una misurazione tipica di K richiede solo cinque secondi per fusto) e alla facilità di discriminazione. È stato osservato che i valori di K variano significativamente tra le diverse fonti: da < 0,25 × 10⁻³ SI per Elba e Giglio, a > 15 × 10⁻³ SI per le provenienze dell’Asia Minore. Tra i graniti grigi a grana grossa, Mons Claudianus e le fonti corse rientrano tipicamente nell’intervallo 2–9 × 10⁻³ SI, mentre Nicotera restituisce valori inferiori a 0,4 × 10⁻³ SI (Rochette et al. 2025; si veda questo riferimento per una spiegazione dettagliata del motivo per cui le provenienze spagnole non sono considerate negli studi al di fuori della Spagna). I graniti rosa di Assuan e della Sardegna mostrano invece valori di K simili, compresi tra 2 e 10 × 10⁻³ SI.


Nell’area di Pisa a ciascun fusto di colonna è stato assegnato un identificativo univoco e sono state rilevate le misure di ciascun fusto, comprese altezza e circonferenza, generalmente a circa 1,5 m dalla base. Inoltre, le colonne sono state documentate in relazione alla loro posizione all’interno della pianta dell’edificio e sono stati raccolti documenti fotografici.

Le misurazioni di K sono state effettuate utilizzando lo strumento SM30, che presenta una sensibilità di 10⁻⁶ SI e integra un volume di circa 100 cm³, adeguato alla dimensione dei grani del granito. Le misurazioni lungo il fusto hanno mostrato un’elevata omogeneità, con valori che variano di meno del 20%.

I contenuti di Sr e Rb sono stati determinati mediante Fluorescenza a raggi X portatile (pXRF) Bruker Tracer IV, che offre livelli di sensibilità di circa 5 ppm per questi elementi. L’analisi completa ha previsto un numero significativo di misurazioni in punti diversi (più di dieci per campione), ciascuna della durata di circa due minuti. Questo approccio è stato fondamentale per superare l’eterogeneità intrinseca del granito, in particolare alla scala del sensore (8 mm), e per garantire la produzione di valori medi significativi dei contenuti di elementi in traccia.

I punti di misurazione sono stati selezionati in modo casuale sulle superfici lisce disponibili, al fine di catturare una rappresentazione media delle diverse specie cristalline presenti. La calibrazione è stata effettuata utilizzando standard forniti da Bruker. Per validare tale calibrazione, sono state eseguite misurazioni anche seguendo lo stesso protocollo su due lastre tagliate provenienti da campioni geologici di granito dell’Elba (cava di San Piero) e di granito misio (cava di Okzular). I risultati ottenuti sono risultati coerenti con i dati ICP-MS pubblicati per queste specifiche fonti di granito.

I graniti della Troade e della Misia sono distinguibili visivamente, in particolare attraverso i valori di K, che aiutano a differenziare la Misia dalle fonti Elba-Giglio. Tuttavia, i graniti dell’Elba e del Giglio sono visivamente simili, motivo per cui sono stati trattati come un’unica categoria, sebbene sia stata tentata una distinzione basata su una tonalità brunastro-rossastra per il Giglio e giallastra per l’Elba. Tra i graniti grigi a grana grossa, quelli di Mons Claudianus e quelli corsi possono essere identificati visivamente su superfici ben lucidate, con i primi che talvolta mostrano una foliazione. Per distinguere ulteriormente i graniti corsi da quelli di Mons Claudianus e per identificare elementi anomali provenienti da regioni come la Spagna e la Calabria, è raccomandata un’analisi pXRF portatile, focalizzata su elementi in traccia come Rb e Sr (Rochette et al. 2022a, b, 2025).

In sintesi, il metodo combinato visivo/magnetico proposto, eventualmente integrato con pXRF in alcuni casi, consente di ottenere un’identificazione delle fonti pienamente non ambigua, inclusa la distinzione tra Elba e Giglio o l’identificazione di fonti spagnole che, nel nostro corpus, si è ipotizzato fossero assenti (le fonti spagnole possono risultare difficili da distinguere da Nicotera; cfr. Rochette et al. 2025).



Discussione: geografie della pietra

Su un totale di 201 fusti analizzati, 16 sono stati attribuiti alla Corsica, 15 alla Sardegna, 88 all’Elba, 7 al Giglio (in via ipotetica, altrimenti all’Elba), 2 a Nicotera. Considerando le cave anatoliche, 31 fusti sono stati attribuiti alla Misia e 29 alla Troade. Dodici colonne sono state determinate come provenienti da Assuan e una da Mons Claudianus (Fig. 4; Tabella 2).

L’abbondanza di colonne in granito dell’Elba è immediatamente evidente, sebbene anche la presenza di manufatti di origine anatolica risulti significativa. Le colonne in granito di Mons Claudianus sono quasi assenti, con un solo fusto collocato nei trifori della cattedrale, un’area riservata ai fedeli di alto rango e decorata con vari tipi di ‘spolia’. Esiste una marcata sproporzione tra la presenza di colonne in granito elbano e in granito sardo, nonostante entrambe le isole siano particolarmente vicine a Pisa e siano state sotto l’influenza marittima della città nel Medioevo.

Oltre la metà delle colonne analizzate è collocata all’interno della Cattedrale di Santa Maria Assunta, tra le navate, i trifori e i colonnati della facciata (raggiunti e analizzati con il supporto dei restauratori dell’Opera del Duomo; nota: alcuni fusti esterni sono rimasti inaccessibili). Anche in questo caso, la maggior parte dei fusti risulta essere in granito elbano. Questo dato costituisce un fattore di distorsione che deve essere considerato nell’interpretazione dei dati aggregati relativi alla provenienza e al rapporto fusti/cronologia. Il cantiere della cattedrale comportò uno sforzo considerevole in termini di approvvigionamento dei materiali e di gestione della manodopera, in un contesto in cui numerosi progetti edilizi erano contemporaneamente in corso.

I risultati delle analisi sono stati integrati con le cronologie degli edifici per visualizzare meglio il contributo dei graniti di diversa provenienza nel tempo. Il dataset è stato arricchito con le misure di altezza e diametro di ciascun fusto per consentire analisi comparative basate sulla morfologia.

Tra gli edifici più antichi, le colonne della navata della basilica di San Piero a Grado provengono dall’Elba, dalla Troade e dalla Misia e presentano dimensioni variabili e adattamenti visibili delle basi e dei capitelli, suggerendo un ampio ricorso agli ‘spolia’. Al contrario, le colonne in granito della navata di San Michele in Borgo e del portico di San Zeno, entrambi databili alla prima metà dell’XI secolo, sono costituite da cinque fusti elbani ciascuno con dimensioni uniformi, indicando un certo grado di standardizzazione. Un andamento simile si osserva nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, dove dieci fusti in granito dell’Elba mostrano una variazione leggermente maggiore in altezza e diametro.

I graniti elbani e orientali sembrano essere assenti nella chiesa di San Frediano, ad eccezione di una colonna elbana utilizzata nella facciata. Le grandi colonne della navata derivano invece da cave della Corsica (12 colonne, con una notevole omogeneità dimensionale) e della Sardegna (2 colonne).


La Cattedrale di Pisa presenta una grande varietà di graniti. La maggior parte dei fusti della navata e dei trifori è in granito dell’Elba, ma sono presenti anche colonne provenienti dalla Troade e dalla Misia. Le colonne della facciata mostrano una maggiore eterogeneità, con fusti elbani affiancati a graniti orientali e, in misura minore, a graniti sardi e corsi. Questa varietà suggerisce una combinazione di approvvigionamento locale e riutilizzo di ‘spolia’ di diversa provenienza.

Nel Battistero, la maggior parte delle colonne interne è costituita da granito dell’Elba, con poche eccezioni rappresentate da graniti orientali. Le colonne esterne mostrano invece una maggiore variabilità, includendo anche graniti sardi e corsi. Analogamente a quanto osservato per la Cattedrale, anche nel Battistero si riscontra una distinzione tra gli spazi interni, più omogenei, e quelli esterni, caratterizzati da una maggiore diversità litologica.

Il campanile (la Torre pendente) presenta un numero limitato di fusti in granito, principalmente di provenienza elbana, utilizzati soprattutto nei livelli inferiori. La presenza di questi fusti è coerente con una fase di approvvigionamento legata ai grandi cantieri monumentali dell’XI e XII secolo.

I due palazzi medievali analizzati mostrano un uso selettivo dei graniti. In entrambi i casi prevalgono fusti elbani, accompagnati da pochi elementi di provenienza sarda o orientale. Questa scelta suggerisce un accesso privilegiato alle risorse locali, probabilmente mediato dalle autorità cittadine o da reti di approvvigionamento consolidate.

I portici della strada del centro cittadino, databili alla fine del XVI secolo, presentano una composizione nettamente diversa rispetto agli edifici medievali. In questo caso, la maggior parte dei fusti è costituita da graniti sardi e corsi, mentre i graniti elbani sono rari. Questa inversione di tendenza indica un cambiamento significativo nelle strategie di approvvigionamento dei materiali lapidei in età moderna.

Nel complesso, l’analisi cronologica mostra che l’uso dei graniti elbani è dominante nell’XI secolo, in particolare nei grandi cantieri ecclesiastici. A partire dal XII secolo si osserva un aumento relativo dei graniti orientali, probabilmente legato al flusso di ‘spolia’ provenienti dal Mediterraneo orientale. In età più tarda, soprattutto tra il XIV e il XVI secolo, cresce l’importanza delle cave sarde e corse, mentre il granito dell’Elba perde progressivamente centralità.

Questi risultati riflettono l’evoluzione delle reti commerciali e politiche di Pisa nel Mediterraneo. Nel periodo di massima espansione della Repubblica, l’accesso diretto alle risorse dell’arcipelago toscano garantiva un approvvigionamento abbondante e relativamente standardizzato. Con il mutare degli equilibri geopolitici e commerciali, Pisa si inserì in circuiti più ampi di circolazione dei materiali, facendo sempre più affidamento sul riuso e su forniture provenienti da aree diverse.

Fig. 4

Fig. 5

Fig. 6

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