La Satira dei Mestieri (L’Insegnamento di Dua-Kheti)


Introduzione
Inizio dell’insegnamento composto da un uomo di Tjaru, di nome Dua-Kheti, per suo figlio Pepi. Avvenne mentre navigavano verso sud, verso la Residenza reale, per iscrivere il ragazzo alla Scuola di Scrittura insieme ai figli dei grandi funzionari.
Egli gli disse:
«Ho visto uomini percossi brutalmente: per questo devi dedicare il tuo cuore ai libri. Ho visto colui che è costretto al lavoro manuale: guarda, non c’è nulla che superi la scrittura. I libri sono come una barca nell’acqua (o come un compagno leale).
Leggi tu stesso alla fine del “Libro della Kemit”, troverai questa frase: “Lo scriba, qualunque sia il suo posto a Corte, non soffrirà mai la fame”.
Lo scriba realizza i desideri degli altri anche quando non è ancora ricco. Non vedo nessun’altra professione di cui si possa dire lo stesso. Per questo voglio farti amare i libri più di tua madre e voglio che la loro bellezza entri nel tuo viso. È la più grande di tutte le professioni, non ce n’è un’altra simile sulla terra. Lo scriba ha appena iniziato a crescere, è ancora un bambino, eppure la gente già lo saluta con rispetto. Viene inviato in missione e, prima ancora di tornare, indossa già abiti di lino come un adulto.


Il Fabbro e l’Orafo
Non ho mai visto uno scultore inviato in missione diplomatica, né un orafo spedito come messaggero. Ma ho visto il fabbro al lavoro davanti alla bocca della sua fornace: ha le dita rugose come la pelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce marce.


L’Artigiano delle perle (Gioielliere)
Il gioielliere usa trapani su pietre durissime. Quando ha finito di incastonare gli occhi degli amuleti, le sue braccia sono distrutte dalla fatica. Siede accovacciato fino al tramonto con le ginocchia e la schiena piegate in due per il dolore.


Il Barbiere
Il barbiere rade fino a notte fonda. Per mangiare deve spostarsi continuamente, andando di strada in strada a cercare clienti, lavorando sempre di gomito. Si spacca le braccia solo per riempirsi la pancia, come le api che mangiano solo secondo la loro fatica.


Il Tagliatore di canne
Il tagliatore di canne deve andare a nord, nelle paludi. Quando ha esaurito la forza delle sue braccia, le zanzare lo hanno ormai massacrato e i moscerini lo hanno finito: il suo corpo è spezzato.


Il Vasaio
Il piccolo vasaio è già “sotto terra” (sporco di fango) ancora prima di morire. È più imbrattato di argilla dei maiali. I suoi vestiti sono rigidi di fango, la testa è coperta di stracci e l’aria che respira gli brucia il naso perché viene dritta dalla fornace. Pesta l’argilla con i piedi finché non si è macinato le gambe; entra nelle case degli altri solo per imbrattarne i recinti.


Il Muratore
Lascia che ti racconti com’è essere un muratore: è un gusto amaro. Deve stare sempre fuori, esposto al vento, lavorando in perizoma. La sua “veste” è solo una corda che gli segna la schiena. Le sue braccia sono distrutte dal lavoro pesante e sporche di fango. Mangia il pane con le dita, anche se ha potuto lavarsele solo una volta in tutto il giorno.


Il Falegname
Per il falegname armato di scalpello la vita è miserabile. Deve coprire il tetto di una stanza (dieci cubiti per sei) e ci mette un mese a posare le assi. Tutto il lavoro è finito, ma la paga che riceve non basta nemmeno a sfamare i suoi figli.


Il Giardiniere
Il giardiniere porta il giogo sulle spalle e le sue ossa invecchiano precocemente; ha una grossa cisti sul collo che trasuda pus. Passa la mattina ad annaffiare i porri e la sera immerso nel fango. Dopo una giornata di lavoro la pancia gli fa male. Riposa come se fosse morto; invecchia più in fretta di qualsiasi altro mestiere.


Il Contadino
Il contadino si lamenta in eterno, la sua voce stridula supera quella degli uccelli (cornacchie). Ha le dita trasformate in piaghe per il troppo carico. Si veste di stracci. La sua salute si spezza lavorando sulle nuove terre bonificate; la malattia è la sua unica ricompensa. E quando deve prestare il lavoro obbligatorio per lo Stato, gli toccano sempre i compiti peggiori o dimenticati dagli altri. Se mai riesce a tornare a casa, è in miseria totale, troppo stanco persino per camminare.


Il Tessitore
Il tessitore dentro la fabbrica sta peggio di una donna (partoriente): sta rannicchiato con le ginocchia premute contro lo stomaco, senza poter respirare aria fresca. Se spreca anche solo un attimo del giorno senza tessere, viene frustato con cinquanta colpi. Deve pagare una bustarella al portiere solo per vedere la luce del sole.


Il Mercante
Il mercante viaggia verso terre straniere dopo aver lasciato i beni ai suoi figli, vivendo nel terrore dei leoni e dei banditi asiatici. Si sente al sicuro solo quando è tornato in Egitto. La sua casa è una tenda di stoffa, non ha mattoni, e non conosce alcun piacere.


Il Lavandaio
Il lavandaio lava i panni sulla riva, vicino ai coccodrilli. “Padre sta andando nell’acqua del canale”, dice ai suoi figli (come fosse un addio). È forse un mestiere da invidiare? Il suo cibo è mescolato alla sporcizia, non c’è un solo membro del suo corpo che sia pulito. Deve maneggiare i panni delle donne durante il ciclo mestruale. Piangi per lui: passa la giornata con la pietra per pulire in mano e gli urlano: “Ehi tu, bacinella sporca, vieni qui, ci sono ancora le frange da lavare!”.


L’Uccellatore (Cacciatore di uccelli)
L’uccellatore è il più infelice di tutti. La sua fatica è sul fiume, in mezzo ai coccodrilli. Quando deve pagare le tasse è disperato. Non gli si può nemmeno dire “attento, c’è un coccodrillo”, perché la paura lo ha già accecato. Se esce vivo dall’acqua, è un miracolo di Dio.


INVECE Lo Scriba
Guarda, non c’è professione priva di un capo, eccetto lo scriba: LUI è il capo.
Se sai scrivere, per te sarà meglio di tutte le professioni che ti ho mostrato. Vuoi essere colui che protegge il lavoratore o quel povero disgraziato del lavoratore?
Guarda, la fatica di questo viaggio verso la Residenza reale lo faccio per amore tuo. Un solo giorno a scuola ti sarà più utile di un’eternità di fatica sulle montagne.
È la via più veloce, te lo sto mostrando. O vuoi che ti svegli ogni mattina a bastonate?


Consigli finali sul comportamento
Ti dirò un’altra cosa: non essere invadente. Se entri in casa di un signore e lui si sta occupando di un altro, siediti con la mano sulla bocca (in silenzio). Non chiedere nulla, ma rispondi solo quando interrogato.
Non dire bugie contro tua madre: questo è un crimine grave per i funzionari.
Se hai mangiato pane e bevuto due giare di birra, accontentati: non c’è bisogno di riempirsi la pancia all’infinito.
Guarda, ho posto te sulla via della vita. Ringrazia il Signore per tuo padre e tua madre.
Ecco, ho esposto tutto davanti a te e ai figli dei tuoi figli.»


Nota Archeologica e Storica
L’opera nota come Insegnamento di Dua-Kheti o “Satira dei Mestieri” affonda le sue radici filologiche nel Medio Regno, specificamente durante la XII Dinastia, tra il XX e il XIX secolo a.C. Questo periodo storico, caratterizzato da una forte centralizzazione statale, vide la genesi del testo probabilmente come strumento di propaganda di corte, tanto che la tradizione lo attribuisce allo stesso autore dell’Insegnamento di Amenemhat I. Tuttavia, il testo non ci è giunto in originale, ma attraverso la massiccia opera di copiatura avvenuta secoli dopo. La sua popolarità esplose infatti durante il Nuovo Regno, in epoca Ramesside, quando divenne il pilastro della Kemit, il curriculum scolastico standard per gli apprendisti. Le fonti più complete oggi disponibili sono il Papiro Sallier II e il Papiro Anastasi VII, conservati al British Museum, che permettono di ricostruire l’opera collazionando le migliaia di frammenti ed esercizi scolastici sopravvissuti.
Esiste peraltro una profonda ironia archeologica legata ai luoghi di ritrovamento. La maggior parte di questi frammenti, vergati su ostraca di calcare o ceramica, proviene da Deir el-Medina, il villaggio che ospitava gli artigiani costruttori delle tombe reali. Ci troviamo di fronte al paradosso di figli di scalpellini, pittori e carpentieri che imparavano a leggere e scrivere copiando un testo che ridicolizzava ferocemente il lavoro dei loro padri. Mentre il genitore tornava esausto dalla Valle dei Re, descritto nel testo come “puzzolente più delle uova di pesce”, il figlio scriveva sul coccio che l’unica via nobile era quella dello scriba, definendolo l’unico uomo al mondo privo di un padrone.


Nota Filosofica e Letteraria
Spostando l’analisi sul piano speculativo, il testo di Dua-Kheti rappresenta l’antitesi perfetta al mito di Theuth raccontato da Platone nel Fedro. Se Socrate condanna la scrittura definendola un farmaco che atrofizza la memoria e allontana l’anima dalla verità viva, l’egizio Dua-Kheti celebra la scrittura come una super-presenza. Per lui la realtà fisica del corpo che suda e fatica è transitoria e vile, mentre solo il testo scritto garantisce una vera esistenza. La scrittura qui non è copia sbiadita della realtà, ma uno strumento di potere che eleva lo scriba al di sopra della materia bruta.
Questa dinamica anticipa in modo sorprendente le riflessioni di Jacques Derrida ne La Farmacia di Platone. La “Satira dei Mestieri” utilizza la scrittura come una forma di violenza differita che classifica, ordina e degrada i corpi dei lavoratori manuali per istituire la gerarchia del Logos burocratico. Lo scriba compie l’operazione logocentrica suprema ponendosi come l’unico soggetto capace di sfuggire alla dialettica servo-padrone, uscendo dal sistema produttivo fisico per diventarne l’ordinatore astratto.
Infine, uno scettico raffinato come Anatole France avrebbe probabilmente colto in questo papiro la vanità e l’amarezza della hybris intellettuale. Dua-Kheti promette al figlio l’immortalità e vesti di lino pulite, ma lo fa irridendo proprio coloro che tessono quel lino e innalzano i muri che proteggono i suoi rotoli di papiro. La cultura dello scriba si rivela così non come amore per il sapere, ma come una fuga dalla sofferenza materiale costruita a spese di chi, in quella sofferenza, è costretto a rimanere.

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