La VERA storia della bandiera elbana


Vi volevo raccontare la storia della bandiera dell’Isola d’Elba, bypassando tutto quel momento del maggio del 1814, quando Napoleone ne trae idea a bordo della nave inglese Undaunted nella rada di Portoferraio prima di sbarcare in ordine alla realizzazione. Nello specifico vorrei parlarvi delle tre api d’oro, non tre api come erroneamente a volte viene detto, riferendosi all’animale, ma tre api d’oro riferendosi all’oggetto in oro che rappresenta le api, quindi al gioiello. Allora, da dove nasce questa storia? La storia inizia e finisce nel giro di poche ore, il 18 maggio del 1804. È la proclamazione di Napoleone a imperatore. Napoleone non vuole essere un re per diritto di sangue, crearsi una discendenza regale, una nobiltà che non ha. Napoleone vuole invece essere sovrano per la sua forza, per la sua grandezza, per le sue virtù e quindi non sarà un re ma un imperatore. Per un imperatore e il suo impero c’è bisogno di simboli, simboli potenti, importanti. Il simbolo che viene proposto da uno degli invitati, degli astanti, è il leone. Il leone perché rappresenta un animale senz’altro da millenni considerato divino, imperiale e soprattutto perché nei confronti dell’Inghilterra, che ha il leopardo, il leone sarebbe superiore ad essa e quindi col suo simbolo sulle armi e sulle divise militari e su tutti i vari elementi che rappresentano lo Stato sarebbe un invito a riconoscere la propria inferiorità da parte degli inglesi. Di questo Napoleone non è molto convinto e è a questo punto che interviene un’altra proposta da parte di un altro dei vari ministri, consoli, eccetera, invitati a questa riunione e l’altra proposta è il galletto francese. Questa decade praticamente subito perché Napoleone ritiene il galletto come un animale troppo basso, troppo piccolo e troppo debole e è in questo momento che interviene un’altra proposta dell’Arciduca di Parma, tale Jean-Jacques Régis de Cambacérès, arcicancelliere dell’impero, che si rivolge a Napoleone e propone come animale simbolo l’ape. Ora l’ape per Jean-Jacques Régis de Cambacérès è l’immagine di una repubblica che ha un capo, quindi non è né un regno, né una repubblica, è una via di mezzo, un po’ una figura che richiama molto alle discussioni politiche degli ultimi trent’anni della cosiddetta seconda e terza repubblica, nella quale ci sarebbe bisogno di queste figure dalla personalità spiccata, che purtroppo rimandano in maniera abbastanza decisa all’immagine che si ha dei vecchi dittatori del passato, di un secolo che ormai dovrebbe essere alle spalle, che invece sempre si affaccia. Inoltre l’ape era anche un riferimento all’antichità, in genere basti pensare agli Egizi, per i quali l’ape era simbolo di Dio e simbolo di re, cioè era un simbolo divino, un simbolo regale, simbolo del basso impero e poi a Virgilio, che nel quarto libro delle Georgiche intendeva l’organizzazione dell’alveare come un modello sociale perfetto per l’uomo e questo fa pensare anche alla nascita dell’agricoltura, per lo meno diciamo per quello che se ne sa in fase protostorica dopo il Paleolitico, nel Neolitico. Quello che sappiamo è che gli ultimi aggiornamenti ci parlano del 11.000-10.000 anni fa, quindi 9.000-8.000 avanti Cristo, che rispetto a quello che era comunemente detto fino a una ventina di anni fa, si parlava piuttosto di 7.000 anni fa, quindi 5.000 avanti Cristo, per la data più o meno nella quale la mutazione genetica dei vari cereali avviene per opera della domesticazione messa in atto dall’uomo che inizialmente coltiva i cereali selvaggi e piano piano nel corso di svariati millenni li trasforma in quello che sono. Dunque l’ape è un modello non solo sociale perfetto per l’uomo come lo intendeva Virgilio, ma può essere anche un modello dal quale l’uomo prende spunto per iniziare l’agricoltura, perché in fondo l’ape ante litteram è colei che prende i semi, il polline, i frutti della pianta e li sfrutta per creare un prodotto. La prima storia di industrializzazione nella terra insieme a quella delle formiche che creano le loro tane eccetera eccetera, però nell’ape è molto evidente questa cosa, che crea un prodotto e che questo prodotto tra parentesi è squisito. Quindi l’ape è proprio come modello per l’uomo per iniziare a domesticare le piante, ad avere un rapporto con le piante di simbiosi, così le piante si trasformano in qualcosa di diverso e l’uomo stesso, da cacciatore carnivoro che era, si trasforma anche in qualcosa di diverso, quindi l’uomo e le piante si vengono incontro nell’agricoltura e questo è proprio il modello strutturale della missione delle api in questo mondo. Ma torniamo per un attimo indietro di 151 anni, eravamo al 18 maggio del 1804 e parlavamo di Napoleone Imperatore, l’aquila di cui non ho detto, l’aquila romana, ovviamente viene anche essa scelta la corona del loro. Dicevamo, torniamo indietro di 151 anni, durante le prime ore di un caldo pomeriggio del 27 maggio 1653 un muratore di nome Adrien Guesquiére (spesso citato come Adrien Kenken) stava lavorando duramente al progetto di restauro della chiesa di Saint-Brice per la città di Tournai, quando la sua pala colpì un metallo, si trattava di oro, a pochi metri infatti sottoterra c’erano delle borse di pelle piene di monete d’oro, poi piano piano è venuto fuori un braccialetto d’oro, poi dell’argenteria raffinata, delle armi tempestate di gioielli, una sfera di cristallo, una testa d’oro di toro e poi accessori per l’imbracatura, decorati in smalto, un pesante anello con sigillo che stava proprio al dito del re con la sua effigie incisa sopra e il suo nome scritto allo specchio (CHILDIRICI REGIS) perché ovviamente essendo un sigillo veniva usato per timbrare le cere lacca e insieme a tutto questo c’era un sacco di gioielleria, elementi d’oro e di granato, tra l’altro è molto interessante il fatto che il granato, una pietra rossa traslucente arrivasse dall’India, niente poco di meno che dall’India, stiamo parlando anno supposto della morte di Childerico del 481 d.C., quindi commercio con l’India, siamo nelle fasi della caduta dell’impero romano e noi abbiamo a che fare con un re del Belgio, tra virgolette, consentitemi la battuta, in quanto veniva trovato nel 1653 vicino al confine ma dalla parte fiamminga del confine, quindi non in territorio franco, pur essendo il re dei franchi, il primo re dei franchi, tra l’altro è l’ultimo dei re pagani perché dopo di lui viene Clodoveo che è cristiano. Nonostante questo noi sappiamo bene che Childerico è al soldo dei romani, una sorta di generale romano quasi perché combatte a loro fianco a più riprese in varie occasioni. Aveva un difetto, chiamiamolo così, che lui riteneva di far valere il proprio diritto di re nei confronti dei suoi sudditi al punto tale che considerava suo diritto di andare a letto con qualunque donna lui scegliesse e questa cosa fece imbestialire i suoi franchi conterranei che lo mandarono in esilio, fu mandato in esilio in Turingia, nel centro dell’odierna Germania, presso quest’altro popolo dei Turingi e ci rimase per la bellezza di 8 anni, 8 anni durante i quali Childerico prese una moglie turingia. Altre cose interessanti noi le sappiamo soprattutto dai 10 libri di storia (Decem Libri Historiarum) scritti da Gregorio di Tours fra il 573 e il 594, esattamente un secolo dopo la sua scomparsa, è lui che ci racconta Gregorio di Tours la maggior parte delle cose che sappiamo sulla storia dei franchi nel quinto e sesto secolo ed è soprattutto nel libro secondo di questi 10 libri di storia che parla delle origini del popolo e della morte di Clodoveo e quindi menziona anche il nostro Childerico. Ci sono ovviamente anche altre cronache del tempo e successive come per esempio nell’ottavo secolo i Liber Historiae Francorum del 727 e poi ci sono lettere e panegirici di Sidonio Apollinare che sono invece precedenti della seconda metà del quinto secolo, quindi all’epoca stessa in cui è vissuto Childerico, poi la cronica gallica scritta nel 452 e 511, le cronache di Idazio della fine del quinto secolo e dopo le cronache di Idazio quelle di Mario di Avenches, fine del sesto secolo e poi la corrispondenza, lo scambio epistolare appartenente al Vescovo Remigio di Reims morto nel 533. Detto questo abbiamo altre informazioni di carattere storico molto importanti come la datazione della sua morte che è data il 27 novembre del 511 per Clodoveo, e quella del 481 invece per Childerico visto i 30 anni di regno di Clodoveo, che dice Gregorio “Fuerunt omnes dies regni eius anni triginta”, cioè furono in tutto 30 gli anni del suo regno e quindi doveva essere diventato re nel 481 che ci fa pensare per questo motivo che questa è la data della morte di Childerico. Childerico combatte accanto ai romani anche Aurelianis pugnas egit, ad Orléans, e la battaglia vinta nel 463 da Egidio sui Visigoti vede la sua partecipazione, quindi abbiamo più o meno un quadro del personaggio, quello che troviamo nella sua tomba è molto particolare perché lo scheletro era vestito con un paludamentum, con una tenuta da generale romano, era vestito da generale romano, aveva dei lunghi capelli con la divisa nel mezzo raccolti in trecce e poi queste trecce formavano due code tipo Pippi Calzelunghe sui lati, sulle orecchie che scendevano giù fino a sopra le spalle, nella parte anteriore dalla parte del petto, non sulla schiena. Poi aveva appunto questo anello, c’era una serie di gioielli di tutti i tipi, dei quali abbiamo già parlato e tra questi le 300 api d’oro, le 300 famose api d’oro (studiate da Jean-Jacques Chifflet nel suo Anastasis Childerici I pubblicato ad Anversa nel 1655) che verranno poi suggerite a Napoleone come simbolo della più antica dinastia possibile, quindi i Merovingi, per il popolo nel quale si riconobbero i francesi del tempo che erano i franchi. Sotto il monumento di Ferdinando I Granduca di Toscana a cavallo a Firenze, nel 1640 venne fatta realizzare da Pietro Tacca (lo stesso autore dei Quattro Mori a Livorno che rappresentavano i corsari sconfitti dall’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano) una targa di bronzo con novanta api e un’ape regina; sospetto che il numero 90 debba rappresentare le 90 comunità che costituivano il compartimento fiorentino sotto il controllo del Granduca rappresentato come l’ape regina al centro, un’opera realizzata fondendo il bronzo dei cannoni turchi sottratti al nemico trace, collegandosi così a Cosmopoli (Portoferraio) e al ruolo dell’Elba nel progetto di controllo del Tirreno. Questa simbologia si lega anche al mito greco di Pindaro che, come narra Pausania (9.23.4), addormentatosi a Tespia vide tre api posarsi sulla sua bocca per cementarla con la cera e donargli il canto divino, e al mito etiope di Lalibela, il re il cui nome significa “le api sanno riconoscere un regnante”. Perfino Agrippa von Nettesheim nel XVI secolo nel De Occulta Philosophia scriveva che le api sono di buon augurio ai sovrani e indicano l’obbedienza dei sudditi. La certezza è che la bandiera sia stata inventata da Napoleone tra il 1804 e il 1814 attingendo a questa eredità che va dalle Trie dell’Inno a Hermes fino alle cicale della tomba di Childerico, legando l’Elba a un destino di sovranità millenaria.

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