Il primo grande errore della filosofia occidentale

Archita di Taranto occupa un posto decisivo nella storia del pensiero occidentale non tanto per ciò che rappresenta, quanto per ciò che inaugura. Egli appare nelle fonti come il sapiente perfetto, il politico giusto, lo scienziato rigoroso; ma proprio questa perfezione segna l’inizio di una deviazione irreversibile. Diogene Laerzio lo presenta come uomo ammirato «per ogni virtù» e capace di governare la città per sette volte consecutive, contro la legge vigente («ἐθαυμάζετο δὲ καὶ παρὰ τοῖς πολλοῖς ἐπὶ πάσῃ ἀρετῇ· καὶ δὴ ἑπτάκις πολιτῶν ἐστρατήγησε», Diog. Laert. VIII, 79). In questa ammirazione unanime si annida già il problema: Archita diventa il modello, e il modello diventa norma.

La prima grande frattura introdotta da Archita riguarda l’etica. A lui è attribuita una condanna radicale del piacere corporeo, considerato il principio di ogni disordine individuale e politico. Cicerone tramanda un discorso nel quale Archita afferma che «nulla di più pestifero del piacere è stato dato agli uomini dalla natura» («nullam capitaliorem pestem quam voluptatem corporis hominibus a natura datam», Cic. Cat. Mai. 12, 39). Il piacere non è più una potenza naturale da comprendere e integrare, ma un nemico da reprimere. Con questo gesto, la physis non viene più ascoltata, bensì corretta. L’uomo non è più chiamato a essere ciò che è, ma a diventare ciò che deve essere.

Lo stesso vale per l’ira. Iamblico racconta che Archita, tornando da una spedizione militare e trovando i suoi servi negligenti, trattenne la punizione affermando che essi erano fortunati, perché egli era adirato («εὐτυχοῦσιν, ὅτι αὐτοῖς ὤργισται», Iambl. Vit. Pyth. 197). L’ira non viene attraversata, ma neutralizzata; non trasformata, ma sospesa. Qui si compie un passaggio decisivo: il controllo di sé diventa valore supremo, e la misura prende il posto dell’eccesso. È l’inizio di una morale che non nasce più dal cosmo, ma dalla sorveglianza dell’uomo su se stesso.

Il secondo errore, ancora più profondo, riguarda il sapere. Archita è ricordato come colui che per primo applicò le matematiche alla meccanica, introducendo il numero nello studio delle macchine. Diogene Laerzio afferma che «per primo applicò i principi matematici alla meccanica e ricondusse il movimento organico a uno schema geometrico» («πρῶτος τὰ μηχανικὰ ταῖς μαθηματικαῖς προσχρησάμενος ἀρχαῖς μεθώδευσε», Diog. Laert. VIII, 83). Con questo gesto, il numero smette di essere linguaggio simbolico dell’essere e diventa strumento operativo. La physis non è più ciò che cresce e si manifesta, ma ciò che può essere calcolato, previsto, replicato.

La celebre colomba meccanica attribuita ad Archita rende visibile questo mutamento. Gellio racconta che Archita costruì «un simulacro di colomba in legno che volava grazie a un congegno meccanico» («simulacrum columbae e ligno… ratione quadam disciplinaque mechanica factum volasse», Gell. N.A. X, 12, 8). Non si tratta di un semplice prodigio tecnico, ma di un segno: il movimento, che per i presocratici era vita, anima e tensione cosmica, diventa effetto di un dispositivo. Qui nasce, in nuce, la linea che conduce alla tecnica moderna.

Il terzo errore è politico. Archita non rimane ai margini della polis, ma la governa. Strabone lo ricorda come colui che resse Taranto a lungo («διαφερόντως δ᾿ Ἀρχύτας ὃς καὶ προέστη τῆς πόλεως πολὺν χρόνον», Strab. VI, 3, 4). Il filosofo non si limita a interrogare l’ordine della città: lo amministra. E lo fa con successo. Ma proprio questo successo sancisce la saldatura tra sapere e potere. La filosofia non è più distanza critica, ma competenza di governo.

Emblematico è il rapporto con Platone. Archita interviene per salvarlo dalla morte quando questi è in pericolo presso Dionisio di Siracusa. Platone stesso ricorda l’azione diplomatica che ne garantì la liberazione («πέμπω παρ᾿ Ἀρχύτην καὶ τοὺς ἄλλους φίλους εἰς Τάραντα», Plat. Ep. VII, 350a). Salvare Platone significa salvare una certa direzione della filosofia: quella che farà del logos un principio normativo e del bene un’idea da imporre alla città. In questo senso, Archita è il portatore sano di un errore che attraverserà tutta la storia della metafisica.

Questo errore può essere descritto come un capovolgimento del pitagorismo. Il pitagorismo arcaico era esperienza cosmica, disciplina rituale, ascolto del numero come ritmo del vivente. In Archita, il numero diventa criterio, misura, regola. Aristotele lo cita come esempio di definizioni che tengono insieme materia e forma, ma già orientate verso l’analisi («ὁμοίως δὲ καὶ οἵους Ἀρχύτας ἀπεδέχετο ὅρους», Arist. Metaph. V, 2, 1043a). L’unità originaria della physis si spezza in elementi concettualmente governabili.

Non è un caso che Archita elabori anche un argomento razionale sull’infinità del cosmo, fondato su un esperimento mentale. Eudemo riferisce che Archita immaginava un uomo al limite dell’universo che tende la mano verso l’esterno («ἐκτείναιμι ἂν τὴν χεῖρα ἢ τὴν ῥάβδον εἰς τὸ ἔξω», Simpl. Phys. 467, 26). Anche qui, il cosmo non è più mito vissuto, ma problema logico.

Se Archita rappresenta questa svolta, allora il vero antagonista non è Socrate, ma Empedocle. Là dove Archita reprime, Empedocle assume l’eccesso; là dove Archita misura, Empedocle canta il fuoco; là dove Archita governa, Empedocle si getta nel vulcano. Empedocle parla come dio e come terra insieme, mentre Archita parla come legislatore del numero. Tornare a Empedocle significa tornare a una teologia della physis, in cui l’uomo non domina né se stesso né il mondo, ma riconosce di esserne parte.

In questa prospettiva, Archita può essere visto come il primo grande errore della filosofia occidentale: colui che, in nome dell’ordine, ha aperto la strada alla repressione dell’umano, alla tecnicizzazione del sapere e alla politicizzazione del pensiero. Un errore che culminerà, molti secoli dopo, in ciò che Heidegger chiamerà oblio dell’essere.

Salvare oggi la Terra da noi stessi significa forse riconoscere questo errore originario e tornare, prima che al logos che governa, alla physis che brucia.

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