Mono- e Poli-

Filosofia della Differenza

L’ontologia occidentale, erede del monoteismo teologico e del monismo aristotelico, ha fondato la propria struttura concettuale sull’idea di unità sostanziale dell’essere, concepita come principio autosufficiente e indiviso, principio che Aristotele formalizza nella nozione di Theos Monakos. Tale impostazione ha esercitato un’influenza decisiva sul pensiero metafisico, determinando un paradigma epistemico centrato sull’Uno, inteso come fondamento ultimo del reale e principio esclusivo di verità. Tuttavia, questa visione si mostra inadeguata di fronte alla complessità dell’essere così come oggi lo intendiamo. Nulla esiste da solo, nulla può sussistere se non in relazione. La realtà si manifesta sempre attraverso interazioni, tensioni, differenze, e ogni ente, fenomeno o principio trova la propria definizione solo in rapporto con un altro. In tal senso, la Differenza Originaria, come la chiamerebbe Derrida, o l’Incontro Originario, come suggerisce il pólemos di Eraclito, non rappresenta una scissione o un conflitto, ma la condizione stessa di possibilità del reale. Essa costituisce la struttura ontologica primaria: è nella relazione, nella differenza e nell’incontro, che la realtà emerge e si articola.
Se la Differenza Originaria è la struttura costitutiva del reale, allora il divino stesso non può essere concepito come monade isolata. Se il reale è plurale, relazionale e differenziale, il divino deve necessariamente essere polimorfo, molteplice, distribuito nelle sue manifestazioni e nelle sue prospettive. Ogni divinità rappresenta un punto di vista sulla realtà, una prospettiva limitata ma necessaria, e insieme compongono un panorama coerente di possibilità. Il politeismo diventa così paradigma epistemologico e ontologico, un modello di conoscenza che riconosce la complessità del reale senza ridurla a un principio unico e autoritario. La pluralità dei divini rispecchia la pluralità dei fenomeni, la loro interdipendenza, e assicura che la verità emerga non da un dogma ma dal dialogo, dalla coesistenza e dall’integrazione di prospettive differenti.
Tale paradigma trova sorprendenti corrispondenze nella scienza contemporanea. Nella fisica quantistica di Niels Bohr, le proprietà di un sistema non esistono come assolute, ma si manifestano solo attraverso la relazione con l’osservatore e con l’apparato sperimentale, suggerendo che ogni descrizione è parziale e contestuale. Nei sistemi complessi lontani dall’equilibrio, come osserva Prigogine, l’ordine emerge dalle interazioni non lineari tra elementi eterogenei senza bisogno di un principio direttore, e la stabilità del sistema è sempre il risultato di relazioni dinamiche e reciproche. Nel cosmo partecipativo di Wheeler, la realtà stessa si costruisce attraverso interazioni informative tra osservatore e osservato, mostrando che il reale è sempre co-creato, mai dato in modo assoluto. Queste osservazioni scientifiche confermano ciò che il politeismo epistemologico propone: la realtà è costituita da una pluralità di relazioni e prospettive, ogni prospettiva è necessaria ma nessuna è sufficiente da sola, e l’ordine emerge dall’incontro e dalla differenza originaria.
La lezione del Macrocosmo e del Microcosmo, così come delineata da Paracelso, trova in questo contesto un nuovo senso: l’universo e l’uomo non sono entità isolate, ma nodi di una rete di relazioni in cui la pluralità e la differenza originaria si manifestano simultaneamente. Nulla è completo senza ciò con cui si relaziona, nulla esiste come assoluto. L’epistemologia politeista riflette questa verità: ogni divinità, ogni prospettiva, ogni modello scientifico rappresenta un punto parziale della realtà, e solo nel dialogo tra questi punti emerge una comprensione coerente del reale. La verità, lungi dall’essere un monolite, è un ecosistema di relazioni, un insieme dinamico di prospettive che si sostengono e si definiscono reciprocamente. La Differenza Originaria diventa il principio generativo, la polarità costitutiva senza la quale nulla potrebbe manifestarsi, e il politeismo epistemologico diventa la metodologia più adatta per interpretare un mondo in cui tutto è relazione, differenza e interazione. In questo quadro, il monoteismo e il pensiero unico non rappresentano più modelli validi per la conoscenza o per l’ontologia, perché non riconoscono la relazione come principio costitutivo, mentre la pluralità dei divini, la molteplicità dei modelli scientifici e la struttura relazionale del reale convergono in una visione coerente e democratica del mondo, in cui ogni differenza è necessaria, ogni incontro è originario e ogni prospettiva contribuisce alla comprensione dell’universo nella sua totalità emergente.

(A.M.D.P.)

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