di B. Sestini
“Un nodo, nel linguaggio della psicoanalisi sistemica, è ciò che tiene insieme l’insostenibile.”
(Gregory Bateson, 1972)
Knots, l’album metaconcettuale di AMDPP, si presenta come un vero arsenal of entanglements, dove musica, letteratura greca, psicologia del profondo e filosofia continentale si intrecciano come i nodi gordiani del titolo. Il riferimento ai “knots” non è solo metaforico ma filologico, psicodinamico e letterario: il nodo è vincolo, è legame, è intralcio — ma anche struttura, tessitura, logos.
Il nodo come schema mentale e simbolico
Come nel celebre testo di R.D. Laing, da cui l’album pare trarre ispirazione (almeno nel titolo), il nodo è la forma logica del paradosso: ogni brano dell’album rappresenta un circuito chiuso, un double bind batesoniano, un’auto-trappola del pensiero. Il soggetto, come in Knots di Laing, si ritrova in una spirale autoriflessiva da cui è difficile uscire: “Se lo faccio sbaglio. Se non lo faccio, sbaglio lo stesso.” AMDPP lo traduce in ritmo, in testo, in stratificazioni armoniche che paiono lavorare come le funzioni alfa di Bion: trasmutano proto-emozioni in forme rappresentabili, musicalmente dicibili.
Filosofia del “tirarsi per i capelli”: Münchhausen come archetipo
Il brano centrale dell’album, in bilico tra il parlato performativo e la saturazione elettronica, cita Barone di Münchhausen, figura chiave nel pensiero di Paul Watzlawick. Il paradosso epistemico diventa ontologia della sofferenza: ci si prova a salvare dalla palude della psiche tirandosi per i capelli, e a volte funziona. Oppure no, ma il gesto diventa simbolico. Siamo dentro la Sindrome di Münchhausen per procura, non come diagnosi, ma come dispositivo narrativo, dove il sé è al tempo stesso carnefice, vittima e spettatore.
Il Grande Altro come vaniglia
In Le Grand Autre, AMDPP ironizza con leggerezza devastante sull’onnipresenza del simbolico lacaniano: l’erba del vicino è sempre più verde, e profuma di vaniglia. Qui il Grande Altro non è solo il luogo della Legge, ma anche del gusto, della moda, della percezione del valore. La voce sembra parlarsi addosso, come nei cori della tragedia greca, mentre il synth distorto genera quella che Freud avrebbe chiamato Das Unheimlich: il perturbante, il familiare divenuto straniero.
L’album come mnēmē solida
AMDPP definisce Knots come una concrezione di idee sottomarine provenienti dalla memoria solida. È il ritorno nietzscheano del rimosso, ma non in senso psicoanalitico: è anámnēsis platonica, è mnēmē omerica, che riaffiora per spezzare il tempo lineare. Il periodo “1986–1992” viene evocato non come nostalgia ma come archivio emotivo del sé: un sé prelinguistico, ancora immerso nella melos della formazione affettiva.
Dalla συμφωνία alla Synchronizität
Tra i riferimenti più sofisticati, il passaggio dalla “consonantia” di Marsilio Ficino alla Synchronizität di Jung non è solo terminologico, ma cosmologico. La musica diventa segnatura del cosmo, ponte tra psiche e materia. Come nella teoria platonico-pitagorica, i legami armonici sono analoghi a quelli dell’anima. AMDPP lo riprende con una lucidità psico-filosofica: ogni nodo è anche un punto di risonanza tra i piani del reale.
Epilogo: Le Persone Metafisiche e l’intolleranza dell’anima
L’album si chiude con una stoccata etica: le Persone Metafisiche, espressione ironica ma tagliente, sono i nuovi persecutori dell’invisibile. AMDPP denuncia la razzializzazione della sofferenza psichica lieve, quella che “non fa rumore”, ma che viene espulsa dal discorso sociale perché troppo ambigua. “Colpevoli di essere un po’ dark”, scrive. E il “dark”, nell’album, è estetica ma anche sintomo: non come stile, ma come interrogazione sull’abisso.
Knots è molto più di un concept album: è un dispositivo clinico, poetico e filosofico. La musica diventa vettore di conoscenza non lineare, fatta di interferenze, nodi, glitch e doppie verità. Il risultato è un viaggio psicoacustico in cui il soggetto si perde, ma proprio per questo può cominciare a ritrovarsi — tirandosi fuori per i capelli, se necessario.
