Plutarco (sull’abuso di “serie tv e romanzi”)

COME ASCOLTARE I POETI

1. Diceva il poeta Filosseno che le carni e i pesci più squisiti sono quelli che non sanno di carne o di pesce: ma su questo, Marco Sedazio, cediamo senz’altro la parola a quei tali che, a detta di Catone, hanno il palato più sensibile del cuore. Ciò che è chiaro, E invece, per noi, è che in campo filosofico i giovanissimi prediligono gli scritti che in apparenza non hanno sapore di filosofia e di serietà, e assumono nei loro confronti un atteggiamento docile e sottomesso. Lo dimostra il fatto che si dilettano ed entusiasmano non solo alla lettura delle favolette di Esopo o dei riassunti dei testi poetici, dell’Abari di Eraclide o del Licone di Aristone, ma anche delle dottrine sull’anima, quando sono esposte in forma di mito. Per questo si deve stare attenti a far assumere loro un atteggiamento corretto non solo nei riguardi dei piaceri del mangiare e del bere, ma ancor più li si deve abituare, quando ascoltano o leggono qualcosa, a servirsi con moderazione, come fosse una salsa, di ciò che suscita diletto e andare piuttosto alla ricerca di quanto possano attingervi di utile e di salutare. Le porte sbarrate non rendono inespugnabile una città, se ne rimane una attraverso cui penetrano i nemici: così la continenza verso tutti gli altri piaceri non vale a preservare un giovane se poi, inavvertitamente, si abbandona a quello che si fa strada in lui attraverso l’udito, anzi, quanto più questo piacere arriva a toccare la componente naturale dell’intelligenza e del ragionamento, tanto maggiori sono, se lo si sottovaluta, i danni e i guasti che produce in chi l’ha accolto. E dunque, dato che non è forse possibile né tantomeno utile distogliere dalla poesia persone dell’età che hanno ora il mio Soclaro e il tuo Cleandro, dobbiamo sorvegliarli molto attentamente, partendo dall’idea che hanno bisogno di qualcuno che li guidi nelle loro letture più che per la la strada. Così ho deciso di mettere ora per iscritto e di inviarti quelle riflessioni sulla poesia che ho esposto in una mia recente conferenza: quando le riceverai ti prego di leggerle e se ti sembrerà che non siano in nulla meno efficaci delle cosiddette «ametiste», che qualcuno si mette al collo o assume prima di iniziare un simposio, rendine partecipe Cleandro e premunisci la sua natura, che non è per nulla indolente, ma al contrario molto alacre e sveglia, e proprio per questo maggiormente soggetta a simili influenze. «Nella testa del polpo c’è il buono e il cattivo» [Diog. 7,76], perché da mangiare è squisita, ma poi popola i nostri sonni di incubi e suscita, a quanto si dice, visioni sconvolgenti e mostruose. Così anche la poesia presenta molti aspetti piacevoli e in grado di nutrire l’anima di un giovane, ma in misura non minore vi si trovano elementi che lo turbano e lo sviano, se l’ascolto non è assistito da una buona guida. Pare che non solo della terra egiziana, ma anche della poesia si possa dire che molte cure buone, ma mischiate a molti veleni» [Od. 4,230], produce per chi la coltiva. «Là sono passione, desiderio, intime dolcezze e suggestione, che ruba il senno anche ai più saggi» [Il. 14,216-7]. Al riparo dalle insidie della della poesia, in effetti, sono soltanto le persone totalmente stupide e ottuse. Per questo Simonide, a uno che gli aveva chiesto: «Come mai i Tessali sono i soli che non riesci a ingannare?», rispose: «Perché sono troppo rozzi per lasciarsi ingannare da me». Gorgia definí la tragedia un inganno in cui chi inganna è più giusto di chi non inganna, e chi si lascia ingannare più saggio di chi non si lascia ingannare. E allora, dovremmo forse spalmare di cera solida e dura le orecchie dei giovani, come quelle degli Itacesi [Od. 12,47-8,173-4], e imbarcarli a forza sulla navicella di Epicuro per far loro fuggire e doppiare la poesia, o non cercare piuttosto di orientarli nella giusta direzione e controllarne la rotta, assistendoli con qualche buon ragionamento e tenendone imbrigliato il giudizio, perché il piacere non lo faccia deviare verso ciò che è nocivo? «Neppure il figlio di Driante, il possente Licurgo» [Il. 6,130], era sano di mente, lui che, vedendo tanta gente ubriaca e traviata dal vino, andava in giro a recidere le viti, invece di portare più vicino l’acqua delle fonti e far rinsavire il Dio «folle», come dice Platone, «correggendolo con un altro Dio sobrio» [Leg. 773d]. La mescolanza con l’acqua toglie al vino la nocività, ma non ne altera le proprietà benefiche: così anche noi non dobbiamo recidere ed estirpare la poetica «vite» delle Muse, ma quando la sua componente favolosa e teatrale, spinta da piacere puro, presuntuosamente si slancia verso una vacua esteriorità e, superando ogni misura, prorompe con soverchio rigoglio, è il caso allora d’intervenire per troncare e reprimere; quando invece con la sua grazia tocca un contenuto serio e la dolce malia del suo linguaggio non resta sterile e vuota, è giunto il momento di infondervi e mescervi la filosofia. La mandragora, crescendo accanto alle viti, trasfonde nel vino le sue proprietà e ne attenua gli effetti sui bevitori: così pure la poesia, quando riprende i temi trattati dalla filosofia e vi mesce la sua componente favolosa, offre ai giovani un insegnamento facile da assimilare e piacevole. Per questo chi decide di intraprendere lo studio della filosofia non deve evitare la poesia, ma considerarla semmai come un tirocinio prefilosofico, abituandosi a ricercare l’utile in mezzo al dilettevole e ad amarlo, e, se non c’è, ad avversarla e sdegnarla. Così si avvia l’educazione, e «ogni lavoro, se impostato bene, è logico si concluda nello stesso modo», come dice Sofocle [fr. 831 R.]

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