Una lucina Uni Lucina

escursioni in terrae hostili
UNI LUCINA NEL BUI 😁

Che nell’area egea insulare e continentale si parlassero già diverse lingue tra il 1800 e il 1500aC è credo opinione abbastanza comune.
Nell’area italica pure, alcune delle quali forse simili ad alcune altre egee.
Bisogna sottolineare come la storiografia tenda a disinteressarsi delle lingue solo parlate e prediligere di volta in volta la lingua sovrana, spesso la sola ad essere attestata in documenti.
Se noi per esempio parliamo dell’isola d’Elba nel ‘700 dell’ era moderna, non dobbiamo immaginare che gli elbani fossero dei poliglotti con la piena maestria delle lingue toscana, spagnola, inglese e francese; essi tra loro continuavano a parlare nello stesso modo indipendentemente dalle lingue dei sovrani di turno.
Cosí come a distanza di oltre un secolo e mezzo dalla riunificazione dell’Italia, ancora vi sono vive lingue (dialetti) diverse, nonostante l’alfabetizzazione univoca e diffusa per mezzo di scuola, radio e new media.

Che la lingua latina sia diretta discendente dal ramo “miceneo” delle lingue egee sembrerebbe lampante, ma nessuno ancora oggi è in grado di dirci nulla sulle differenze con l’altro più originario ramo linguistico che forse corrisponde alle lingue che venivano scritte in lineare A.
Le scienze storiche si trovano in una delicatissima fase, coinvolte anch’esse dalla crisi del modello deterministico positivista, che nei piani alti ha segnato il passo già da un secolo, ma che fatica a soppiantare radicalmente la visione del mondo dei precedenti paradigmi.

Da mezzo secolo sono diventate parte del vocabolario popolare il “battito d’ali di una farfalla che scatena un uragano”, la “qualità emergente” per cui n+n<2n, il “punto critico” dei gas complessi e le dinamiche del caos, lo “enslaving principle” della sinergetica, il “paradosso dell’entanglement quantistico”, ecc.
Ma al di là della terminologia, la mentalità massiva e massiccia resta sprofondata in un sapere oramai rimasto senza fondamenti, e la massa resta coi piedi per terra come sulle zolle volanti nel videogioco di Supermario.
Questo non è un problema sociale, dal momento che, come ci ricordano molti scienziati, le leggi del determinismo hanno una loro efficacia contestuale nella vita di tutti i giorni; ma andrebbero abbandonate nel passaggio dialettico totale che deve compiere quello stesso ragazzo che, mentre alla sera fa l’apericena con gli amici consapevole del determinismo per il quale qualche spritz causa effetti prevedibili non troppo complessi, al mattino dopo scrive un saggio accademico sulle lingue e le culture dell’età del bronzo – quando bisogna che abbandoni le logiche che usava la sera prima per ragionare e scherzare con gli amici, in favore di una visione complessa e teoretica dove valgono altre leggi di paradigmi alieni al quotidiano.

Quello che mi interessa particolarmente trovare oggi è uno studio ben fatto e corredato di giustificazioni sul “dato per scontato e convenuto” fatto, lo dico con ironia esemplare, che gli etruschi “sbarchino” (si formino, cfr. Pallottino) nel 1175aC e i latini “sbarchino” (si formino, cfr. Torelli) tra il 1800 e il 1450aC.
Questa datazione tra l’altro non ci dice niente sulle origini culturali e linguistiche dei popoli italici, se non a patto di intavolare un’analisi comparata tra dati archeologici, mitostorici e linguistico-storici.
Ogni risposta che si dissoci in maniera totalitaria da una di queste tre fonti e pensi di poter rispondere facendone a meno, è una risposta fallita in partenza.
Falliti sono i teoremi che si basano su approfondite glottologie comparate ma ignorano i dati emersi dagli scavi, e viceversa.
Falliti sono anche i teoremi che io chiamo “ridanciani e derisori”, ovvero quelli ancora cosí radicalmente positivisti/deterministici che invece di affidarsi a Jung, Bateson, Dirac, Prygogine, Thom, Wittgenstein e Heidegger, ancora ragionano in termini newtoniani come fossero un’agenzia americana di rating che fornisce risultati basati solo su parametri morti, su dati numerici tutti semplificati in nome di un trend che taglia fuori ogni loro complessità ed elimina la speranza nei “battiti d’ali delle farfalle”.

Dovremmo insegnare da zero ai ragazzi che per quanto le carriere specialistiche siano nel loro destino, queste non possono prescindere da due elementi fondamentali nella formazione di uno scienziato/ricercatore.
La cultura generale approfondita e un sapere interdisciplinare, è il primo elemento, un corredo di saperi teoretici complessi e paradigmi alternativi ed interscambiabili, il secondo ma non per questo meno importante elemento.

Soltanto dopo ci si puó disporre ad affrontare problemi complessi.

APPENDICE

Ho iniziato a scrivere questo post perché stavo ragionando su LUCINA.
Un piccolo indizio: IUNO LUCINA è l’aspetto fosforeo di Giunone, come ci ricorda Dionigi Alicarnasseo, ΦΏΣΦΟΡΟΣ, Phos-phoros, Luci-fera, è la Dèa Giunone Lucifera, che porta la luce propria incontro a quella del Sole, segnando la fine dei Giorni Inferi (infero inverno, 60 giorni di buio) misurati con parametro assoluto, cioè non misurati da un popolo stanziale con una visione del mondo geolocalizzata e costretta relativamente a coordinate fisse, ma da un popolo con una visione globale totale (sferica) del pianeta, che poteva conoscere i parametri per definire un inverno assoluto, e che quindi, anche se non “di persona” ma solo a livello astromatematico, conosceva il dato scientifico dell’esistenza di equatore e poli terrestri, di zone rispondenti a regole di calendarizzazione estreme (levata e calata del sole rispettivamente all’equatore e ai poli). Questo argomento ha fatto spesso concludere che il calendario tipicamente etrusco sia il retaggio di un più antico calendario studiato in aree più settentrionali, facendo cosí inserire l’ennesima possibile origine degli etruschi dall’Iperborea.
Ma qui, in realtà, volevo solo scrivere un post sull’etimologia della parola LUCE. Tutto il resto è solo un’introduzione al dubbio che sollevo sul confronto LUC/LUX italico e PHA/PHOS ellenico, irriducibili.

nota: non siate positivisti inconsapevoli, dissociate il vostro cervello dal presupposto lucifero cristiano e considerate che qui si parla di divinità italiche di un mondo politeistico in cui le categorie nate in seguito non possono essere applicate.

nota2: VNI LVCINA si festeggia probabilmente a segnare che manca una settimana etrusca (ottimana, NVNΘEΝE?) all’inizio dei Giorni di Luce Solare, del Calendario della Vita. Secondo Magini (Astronomia, Erma di Bretschneider) segnerebbe il Capodanno Lunare, nove giorni prima di quello Solare.

nota3: vi invito a leggere e studiare un testo che ho ripubblicato su academia edu. Si tratta della voce “ceremito con nota di Mazzei” tratta dagli scritti del mio conterraneo Mellini Ponce y León, corredata di una nota nella quale approfondisco l’etimologia di “ceremito” senza peró ricordare, a proposito di Libero, che i Liberalia sono una festa romana che ha luogo la settimana dopo capodanno (etrusco).

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