ELBANO/AIΘΑΛΙΔΗΣ

FACCE DI ETNONIMI DA SPIAGGIA

Tra gli iapigi ora il tempo passava meglio. Un grande maestro s’era installato tra loro. Si dice che avesse una protesi alla gamba destra tutta dorata, per questa tecnologia tra gli iapigi i più semplici dicevano che fosse un discendente del primo re scandinavo, quello al quale una volta morto le sue genti immigrate nell’Egeo eressero un monumento dal quale diffusero il suo culto divino.
Il grande maestro viaggiava a bordo di una tavola dorata, una sorta di flying skate, che raccontava essere un regalo del suo amico guru scandinavo ambulante, che a bordo di questo golden skate girava il mondo raccontando storie che cambiavano la vita di chi le stava ad ascoltare.
Un giorno uno dei partecipanti a un corso sulla memoria chiese al grande maestro di raccontare qualcosa della sua infanzia, come esempio di come si manifestasse la memoria della quale stava parlando in termini molto tecnici a lezione.
Io nacqui Elbano, disse. Nella prima vita ch’io ricordi, sei vite fa, io nacqui Elbano. Elbano era il compagno di Orfeo, Giasone e Medea, in un epico periplo di 648 anni prima.
In greco, Elbano, si puó scrivere ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ oppure ΑΙΘΑΛΙΤΗΣ, ed é il nome di un deme di Atene, oltre ad essere l’etnonimo degli abitanti delle isole tirreniche (del Tirreno e dell’Egeo), per cui puó darsi che fosse proprio identificativo di un ethnos degli “etruschi delle isole”. Forse proprio i più arcaici, ci limiteremo a dire, senza scomodare “le isole in mezzo al mare”, Mediterraneo, delle quali parlano gli antichissimi testi egizi raccontati per primi da Rougé, un allievo di Champollion.
Elbano (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) era l’ambasciatore di bordo della nave Argo. Era lui che si occupava di scendere per primo nei porti per avviare le trattative di ormeggio e presentare la nave e spiegare le ragioni della sosta.
Elbano parlava certamente più lingue, e dovette essere una personalità di spicco a tutto tondo, come ci viene ricordato dal fatto che fosse figlio di HERMES/TURMS/TERMINUS, dio del limite e della misura.
Pitagora, il grande maestro della Iapigia, era effettivamente elbano (ΑΙΘΑΛΙΔΗΣ) in senso territoriale, in quanto la sua famiglia veniva da “un’isola etrusca del nord”, come ricordato dai greci (da Aristotele e non da Aristarco, cfr. Gigon, Aristotele, vol. 3, Capit. sulle opere di Aristotele intitolate a Pitagora e ai Pitagorici, purtroppo non giunte fino ai giorni nostri).
Ovviamente, non sto sostenendo né che Pitagora fosse Elbano, né che avesse davvero una coscia d’oro, né tantomeno un surf volante regalatogli da Abaris lo Scandinavo.
Ma ammetterete, che senza aver inventato niente, la storiella che avete appena letto si presti ad allietare le sudate che vi state facendo sotto l’ombrellone o seduti in ufficio.

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